a Flatlandia, a Kundera e a me stesso
Marco ha 19 anni ed è soddisfatto della sua vita. Tutto va a gonfie vele; gli studi universitari, la sua relazione con Giulia, il rapporto con i genitori. Marco è un ragazzo invidiabile: bello, intelligente, dinamico, creativo, fortunato. Tutto ciò che fa gli riesce senza sforzo, come se una forza misteriosa e positiva lo animasse. Vive leggero, spensierato, a tratti Marco sembra inumano per l'equilibrio che lo domina.
La sua vita è una conferma continua, tesa al compimento, volta allo scopo, non indugia mai. E' dannatamente perfetto. Giulia lo ammira, ne ha grande stima, lo ama.
Un giorno il rapporto con i genitori si incrina, Marco ha dubbi sulla sua carriera universitaria, ed è in crisi con Giulia. Marco è perso, si smarrisce, si muove come un cieco al buio. Si chiede inevitabilmente cosa sia successo...ma non si dà pace perchè non trova risposte. Parla poco e ancora meno ascolta, si incupisce, diventa sottile...finchè scompare, è un punto.
Cos'è un punto nello spazio? Niente. O almeno così siamo portati a pensare. E in effetti Marco, il punto, si sente così. Non ha prospettive perchè non ha dimensione nè grandezze, non agisce perchè è immobile, le leggi fisiche non sono dalla sua parte...
La vita del punto è potenzialmente infinita e infinitamente in potenza, il punto non ha armi se non la volontà di esistere. Marco non può smettere di immaginarsi in atto, altrimenti svanirebbe nell'inconsistenza del vuoto.
Dove sono ora tutte le certezze di Marco, dove le forze che ne giustificavano l'esistenza, dov'è quella sua invidiabile leggerezza dell'essere allo stesso tempo così tangibile e corposa?
Le persone come Marco corrono questi rischi, di non esser-ci più all'improvviso, di essere punti, gli oggetti più elementari, più semplici, più in bilico tra la potenza e l'atto, tra una vita vissuta e una vita coatta, quelli che più di tutti sperimentano il confine nascosto e pericoloso tra la materia e il pensiero, perchè non compiono quel passo vitale che è la domanda sull'esserci come definizione, come confine. Sono eternamente ad un passo dall'apparir-ci prima di tornare nuovamente, in un ciclo senza soluzione di continuità, al sembrar-ci.
La forza di esser-ci è la prima e fondamentale sfida delle persone, uno sforzo immane per rimanere ancorati agli spigoli dello spazio e fluttuanti nelle sinuosità del tempo. Senza la convinzione di essere un'identità non c'è futuro, solo il dolore, la perdita, la menzogna, l'inganno con cui crediamo di fotterci, di non dover mai dare conto di noi stessi; non ci dobbiamo mai risposte, ma pretendiamo dagli altri domande che ci sostanzino, vogliamo fumo negli occhi tanto per perderci di vista ancora per un pò.
Marco, il punto, un giorno capisce tutto quanto. Capisce di avere sempre dato tutto per scontato, persino se stesso, nelle modalità che a lui, di volta in volta, lo accattivavano maggiormente. Di avere perso tutto per non essersi mai chiesto niente, e piange. Piange fino a consumarsi, diventa attimo dopo attimo sempre più immaginazione, ora sembra pura fantasia.
Poi si ricompone. Marco.
Per un punto passano infinite rette, innumerevoli noi, di volta in volta decidiamo quale strada percorrere per essere rette, figure piane, solidi e infine uomini.
Forse Marco ha trovato la sua.
martedì 2 febbraio 2010
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ricominciare sempre dallo stesso punto che sono io, Marco, ed esplorare tutte le direzioni ripartendo da me ognivolta come se fosse la volta buona, come se sarò quella retta perfetta e infinita, accorgermi di nuovo di essere solo uno sciocco segmento, sorridere, collassare su di me e ripartire, assaporando la bellezza di ogni percorso, finchè morte non mi separi da questo contingente spazio euclideo tridimensionale
RispondiEliminabello assai
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