Si accende l’ennesima sigaretta, la quarta in mezz’ora. E’ visibilmente agitato. Poggia col sedere sul cofano della macchina. Controlla freneticamente il cellulare. Movimenti rituali. Ritmati.
Un’ auto accosta accanto alla sua. Sono in tre. O forse uno solo tanto sono simili. Sono battute rapide, in queste cose funziona così. Non un cenno, non uno sguardo.
Esiste un linguaggio che non parlano le parole e i suoni, ma le facce e le storie. E’ la lingua degli sconfitti, un popolo.
Ha cinquantacinque anni. Una famiglia. Ha dei sogni e delle certezze, ha pregi e difetti. E’ disoccupato. E’ mio padre.
Vengono da altrove. Tutti e tre. Fratelli più che per consanguineità per sangue. Ne hanno visto tanto. Nelle ossa hanno il viaggio. In faccia hanno il ritorno. Non li conosco.
Ho vent’anni, una malattia che si chiama diventare adulti, non mi curo. Mi aggravo. Non c’è molto altro da dire. Una persona comune, poco interessante. A questa età si convive con sé stessi. Non si tratta di me, siamo malati immaginari, diciamo lungodegenti, tutti indistintamente.
Chi sono i vincitori? Chi gli sconfitti? I vincitori non esistono perché non parlano, non hanno il linguaggio. Perché quando vinci sei solo, non esiste più di un primo.
Gli sconfitti sanno comunicare, perché parlano le parole afone. E per sentirle non servono orecchie, ma occhi, cuore. Sinestesie di vita.
Immaginate la storia, il finale. Ma ne vale la pena? Qual è l’esigenza di scrivere una fine, segnare un confine, dare limitazioni? Descrizione.Ridurre tutto all’alternativa,al contrasto, alla necessità, questo è fine. Perché impone una scelta. Ci piace. Vi piace.
Io non voglio essere descrizione come i vincitori. Io voglio essere intuizione come gli sconfitti.
venerdì 16 aprile 2010
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