Si accende l’ennesima sigaretta, la quarta in mezz’ora. E’ visibilmente agitato. Poggia col sedere sul cofano della macchina. Controlla freneticamente il cellulare. Movimenti rituali. Ritmati.
Un’ auto accosta accanto alla sua. Sono in tre. O forse uno solo tanto sono simili. Sono battute rapide, in queste cose funziona così. Non un cenno, non uno sguardo.
Esiste un linguaggio che non parlano le parole e i suoni, ma le facce e le storie. E’ la lingua degli sconfitti, un popolo.
Ha cinquantacinque anni. Una famiglia. Ha dei sogni e delle certezze, ha pregi e difetti. E’ disoccupato. E’ mio padre.
Vengono da altrove. Tutti e tre. Fratelli più che per consanguineità per sangue. Ne hanno visto tanto. Nelle ossa hanno il viaggio. In faccia hanno il ritorno. Non li conosco.
Ho vent’anni, una malattia che si chiama diventare adulti, non mi curo. Mi aggravo. Non c’è molto altro da dire. Una persona comune, poco interessante. A questa età si convive con sé stessi. Non si tratta di me, siamo malati immaginari, diciamo lungodegenti, tutti indistintamente.
Chi sono i vincitori? Chi gli sconfitti? I vincitori non esistono perché non parlano, non hanno il linguaggio. Perché quando vinci sei solo, non esiste più di un primo.
Gli sconfitti sanno comunicare, perché parlano le parole afone. E per sentirle non servono orecchie, ma occhi, cuore. Sinestesie di vita.
Immaginate la storia, il finale. Ma ne vale la pena? Qual è l’esigenza di scrivere una fine, segnare un confine, dare limitazioni? Descrizione.Ridurre tutto all’alternativa,al contrasto, alla necessità, questo è fine. Perché impone una scelta. Ci piace. Vi piace.
Io non voglio essere descrizione come i vincitori. Io voglio essere intuizione come gli sconfitti.
venerdì 16 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Profondo
Piacere, il mio nome è Profondo. Sono una ferita. Non sono una ferita come tante altre, non sono un graffio, nè un'escoriazione, nemmeno un taglio. Sono una strada sull' abisso del dolore. Mi sono sempre chiesto perchè i miei mi avessero dato questo nome. Ora, all'età del tempo, ho capito il motivo. Io nasco nella sofferenza, nel pianto, nel distacco. La mia vita corrisponde a una perdita, come una legge di conservazione universale. Io scalfisco nell'intimo, non incido, attraverso e per questo conosco le persone. Ho accettato il mio nome come una missione. Non dono il dolore a chi non è disposto a morire per conoscere.
A Voi uomini, protetti dalle corazze dell'indifferenza e dalle maglie della menzogna, a voi vita eterna, a voi non sia data l'estasi del Male!
Io sono la cifra dei reietti, degli scarti, dei peccatori...A loro sarà dato il privilegio della verità.
Dolore non è il contrario di salute, di benessere. Ne è la radice. Come profondo non è il contrario della bassezza, ma il suo fondamento.
IO SONO PROFONDO ED HO APPENA COLPITO AMORE
A Voi uomini, protetti dalle corazze dell'indifferenza e dalle maglie della menzogna, a voi vita eterna, a voi non sia data l'estasi del Male!
Io sono la cifra dei reietti, degli scarti, dei peccatori...A loro sarà dato il privilegio della verità.
Dolore non è il contrario di salute, di benessere. Ne è la radice. Come profondo non è il contrario della bassezza, ma il suo fondamento.
IO SONO PROFONDO ED HO APPENA COLPITO AMORE
mercoledì 3 febbraio 2010
4 (prima parte)

I numeri significano sempre qualcosa. A volte quantificano, altre volte qualificano, ma il loro significato non può che misurarsi con la categoria della temporalità, che presuppone lo spazio. La spazialità del tempo, la temporalità dello spazio.
Il tempo scorre, cadenzato nel ritmo dell'uomo che è la destinazione, la prospettiva. E l'uomo quantifica, conta, nell'illusione di creare temporalità, mai tempo, che per natura non gli appartiene.
Ma proprio per questa sua parzialità l'uomo, io, mette il senso del tempo nei suoi numeri, nelle sua quantità, nei suoi intervalli, per sperimentare, anche solo per quell'attimo di spazioetempo che è il numero, il senso del cambiamento, dello scorrere, del divenire, nella sintesi ultima, dell'esistenza.
Un solo numero, l'essenzialità algebrica del tempospazio-spaziotempo, riassume in me una temporalità, che si dilata nelle esperienze che trovano scopo proprio nella prospettiva definita dal numero: 4.
L'uomo ha un debito verso il tempo, quello del ricordo e della memoria. Senza il tempo non potremmo iscrivere gli accidenti in una prospettiva storica, che è la temporalità. E senza di essa non varrebbe la pena vivere, perchè non sapremmo dove dare senso alle nostre esperienze.
Ma voglio interrogarmi su la spazializzazione del mio tempo, che è denso di vita, trasuda molte delle esperienze più belle che si possano fare, pulsa di sentimenti grandi, è quasi febbrile, freme come se lo spazio non bastasse al tempo, così carico di essere.
Il mio tempo accelera, percorro lo spazio, ne attraverso le deformazioni per quanto vado veloce, ora. Prima ero troppo lento, prima misuravo lo spazio, ora lo creo.
Sento tanta energia in me, e ora che si avvicina IL NUMERO, la sento martellare il petto...
martedì 2 febbraio 2010
La forza di esser-ci
a Flatlandia, a Kundera e a me stesso
Marco ha 19 anni ed è soddisfatto della sua vita. Tutto va a gonfie vele; gli studi universitari, la sua relazione con Giulia, il rapporto con i genitori. Marco è un ragazzo invidiabile: bello, intelligente, dinamico, creativo, fortunato. Tutto ciò che fa gli riesce senza sforzo, come se una forza misteriosa e positiva lo animasse. Vive leggero, spensierato, a tratti Marco sembra inumano per l'equilibrio che lo domina.
La sua vita è una conferma continua, tesa al compimento, volta allo scopo, non indugia mai. E' dannatamente perfetto. Giulia lo ammira, ne ha grande stima, lo ama.
Un giorno il rapporto con i genitori si incrina, Marco ha dubbi sulla sua carriera universitaria, ed è in crisi con Giulia. Marco è perso, si smarrisce, si muove come un cieco al buio. Si chiede inevitabilmente cosa sia successo...ma non si dà pace perchè non trova risposte. Parla poco e ancora meno ascolta, si incupisce, diventa sottile...finchè scompare, è un punto.
Cos'è un punto nello spazio? Niente. O almeno così siamo portati a pensare. E in effetti Marco, il punto, si sente così. Non ha prospettive perchè non ha dimensione nè grandezze, non agisce perchè è immobile, le leggi fisiche non sono dalla sua parte...
La vita del punto è potenzialmente infinita e infinitamente in potenza, il punto non ha armi se non la volontà di esistere. Marco non può smettere di immaginarsi in atto, altrimenti svanirebbe nell'inconsistenza del vuoto.
Dove sono ora tutte le certezze di Marco, dove le forze che ne giustificavano l'esistenza, dov'è quella sua invidiabile leggerezza dell'essere allo stesso tempo così tangibile e corposa?
Le persone come Marco corrono questi rischi, di non esser-ci più all'improvviso, di essere punti, gli oggetti più elementari, più semplici, più in bilico tra la potenza e l'atto, tra una vita vissuta e una vita coatta, quelli che più di tutti sperimentano il confine nascosto e pericoloso tra la materia e il pensiero, perchè non compiono quel passo vitale che è la domanda sull'esserci come definizione, come confine. Sono eternamente ad un passo dall'apparir-ci prima di tornare nuovamente, in un ciclo senza soluzione di continuità, al sembrar-ci.
La forza di esser-ci è la prima e fondamentale sfida delle persone, uno sforzo immane per rimanere ancorati agli spigoli dello spazio e fluttuanti nelle sinuosità del tempo. Senza la convinzione di essere un'identità non c'è futuro, solo il dolore, la perdita, la menzogna, l'inganno con cui crediamo di fotterci, di non dover mai dare conto di noi stessi; non ci dobbiamo mai risposte, ma pretendiamo dagli altri domande che ci sostanzino, vogliamo fumo negli occhi tanto per perderci di vista ancora per un pò.
Marco, il punto, un giorno capisce tutto quanto. Capisce di avere sempre dato tutto per scontato, persino se stesso, nelle modalità che a lui, di volta in volta, lo accattivavano maggiormente. Di avere perso tutto per non essersi mai chiesto niente, e piange. Piange fino a consumarsi, diventa attimo dopo attimo sempre più immaginazione, ora sembra pura fantasia.
Poi si ricompone. Marco.
Per un punto passano infinite rette, innumerevoli noi, di volta in volta decidiamo quale strada percorrere per essere rette, figure piane, solidi e infine uomini.
Forse Marco ha trovato la sua.
Marco ha 19 anni ed è soddisfatto della sua vita. Tutto va a gonfie vele; gli studi universitari, la sua relazione con Giulia, il rapporto con i genitori. Marco è un ragazzo invidiabile: bello, intelligente, dinamico, creativo, fortunato. Tutto ciò che fa gli riesce senza sforzo, come se una forza misteriosa e positiva lo animasse. Vive leggero, spensierato, a tratti Marco sembra inumano per l'equilibrio che lo domina.
La sua vita è una conferma continua, tesa al compimento, volta allo scopo, non indugia mai. E' dannatamente perfetto. Giulia lo ammira, ne ha grande stima, lo ama.
Un giorno il rapporto con i genitori si incrina, Marco ha dubbi sulla sua carriera universitaria, ed è in crisi con Giulia. Marco è perso, si smarrisce, si muove come un cieco al buio. Si chiede inevitabilmente cosa sia successo...ma non si dà pace perchè non trova risposte. Parla poco e ancora meno ascolta, si incupisce, diventa sottile...finchè scompare, è un punto.
Cos'è un punto nello spazio? Niente. O almeno così siamo portati a pensare. E in effetti Marco, il punto, si sente così. Non ha prospettive perchè non ha dimensione nè grandezze, non agisce perchè è immobile, le leggi fisiche non sono dalla sua parte...
La vita del punto è potenzialmente infinita e infinitamente in potenza, il punto non ha armi se non la volontà di esistere. Marco non può smettere di immaginarsi in atto, altrimenti svanirebbe nell'inconsistenza del vuoto.
Dove sono ora tutte le certezze di Marco, dove le forze che ne giustificavano l'esistenza, dov'è quella sua invidiabile leggerezza dell'essere allo stesso tempo così tangibile e corposa?
Le persone come Marco corrono questi rischi, di non esser-ci più all'improvviso, di essere punti, gli oggetti più elementari, più semplici, più in bilico tra la potenza e l'atto, tra una vita vissuta e una vita coatta, quelli che più di tutti sperimentano il confine nascosto e pericoloso tra la materia e il pensiero, perchè non compiono quel passo vitale che è la domanda sull'esserci come definizione, come confine. Sono eternamente ad un passo dall'apparir-ci prima di tornare nuovamente, in un ciclo senza soluzione di continuità, al sembrar-ci.
La forza di esser-ci è la prima e fondamentale sfida delle persone, uno sforzo immane per rimanere ancorati agli spigoli dello spazio e fluttuanti nelle sinuosità del tempo. Senza la convinzione di essere un'identità non c'è futuro, solo il dolore, la perdita, la menzogna, l'inganno con cui crediamo di fotterci, di non dover mai dare conto di noi stessi; non ci dobbiamo mai risposte, ma pretendiamo dagli altri domande che ci sostanzino, vogliamo fumo negli occhi tanto per perderci di vista ancora per un pò.
Marco, il punto, un giorno capisce tutto quanto. Capisce di avere sempre dato tutto per scontato, persino se stesso, nelle modalità che a lui, di volta in volta, lo accattivavano maggiormente. Di avere perso tutto per non essersi mai chiesto niente, e piange. Piange fino a consumarsi, diventa attimo dopo attimo sempre più immaginazione, ora sembra pura fantasia.
Poi si ricompone. Marco.
Per un punto passano infinite rette, innumerevoli noi, di volta in volta decidiamo quale strada percorrere per essere rette, figure piane, solidi e infine uomini.
Forse Marco ha trovato la sua.
lunedì 1 febbraio 2010
Non lo so
ci sono dei momenti in cui inspiegabilmente il tuo cervello ti abbandona e non capisci più un cazzo. Ogni certezza, ogni sicurezza, improvvisamente, spariscono, perdi lucidità e ai tuoi occhi tutto si trasfigura...Il più piccolo rumore si trasforma in frastuono, il gesto più quotidiano ti sembra violentare la staticità, cancellarne l'ordine. In questi momenti sei perso, i sensi non rispondono al richiamo della razionalità, i pensieri si obnubilano e fanno spazio alle paure e alle angoscie più recondite di noi stessi: ecco, in quei momenti ci rendiamo conto di chi siamo veramemte...A me è successo e forse mi ha cambiato per sempre o forse non mi cambierà affatto ma di sicuro mi ha fatto conoscere quale potenza feroce e pericolosa può diventare l'amore...Quando questo sentimento si radica fin nel profondo del nostro intimo ci priva di ogni forma di autodifesa e siamo dannatamente vulnerabili.Io mi sono scoperto fragile, bambino ma soprattutto fottutamente umano...Ho capito che la cosa che ci rende veramente uomini, vivi, è la violenza violentatrice dei sentimenti. Lo stacco tra l'esserci e l'essere sta nel farsi piegare da essi, la vittoria della vita sta nella sconfitta, nell'annientamento operato da queste forze sul nostro autocontrollo. Sono giunto alla conclusione che se non si prova il dolore della perdita, l'ansia dello smarrimento, la vergonga del pianto non si è uomini. Se non si passa anche per questo non si può dire di consocersi, e di conoscere la vita. Ma soprattutto non si può dire di saper amare, che lungi dall'essere un legame, una sintonia, è prima di tutto la coscienza di se stessi, dell'essere, ancora una volta, umani, troppo umani, che passa immancabilmente per l'accettazione di sè nell'universo della disillusione, del disincanto, della crescita...
Amo, quindi, una persona, e lo posso dire con fierezza, e non importa se quello che ho fatto cambierà qualcosa, perchè è un'acquisizione troppo grande l'aver imparato ad amare per considerare una perdita...
Il pianto fa bene, le lacrime non sono mai amare; le lacrime sono come il vento che accarezza la sabbia, la coccola, la culla, la trasporta per mete più lontane, più belle o comunque nuove, diverse. In conclusione, le lacrime, anche quelle ci insegano chi siamo.
Amare una persona significa accettare i propri limiti, l'essere anche fuori luogo ogni tanto, mettersi da parte, farsi piccoli, ascoltare, con il mondo e commuoversi, compatirsi, vergognarsi, SBAGLIARE, odiare, recitare una parte, cambiare, restare, fermarsi, partire, tornare, tentare, piangere, gelosia, fiducia, sospetto, baci, carezze, screzi, pace, equilibrio, spavento, tormenti e forse anche un pizzico di ironia...e poi ancora qulunque cosa perchè è l'esperienza più grande di tutte.
Ho pensato tanto e ho scritto tutto questa notte perchè la testa scoppiava, mi premeva così tanto la necessità di farmi sapere che forse avevo capito veramente che non bastava riconoscermelo, ma sigillarlo come un atto di assoluta ufficialità, una sanzione, come quel momento in cui dalla vaghezza dell'adolescenza si passa alla coscienza dell'adulto...un momento di portata storica.
Apparire ridicoli, esagerati, stupidi, folli fa parte di questo gioco, non ci si può lamentare, non ci possiamo biasimare.
La cosa più meravigliosa di quello che mi è successo è stata la sensazione di aver cercato in tutti modi che questo accadesse, come una spinta naturale all'evoluzione, al perfezionamento che è anche portare a compimento, concludere. In qualche modo avevo bisogno di una crisi, un'apocalisse(ovviamente non nel senso figurato), uno svelamento tramite l'esperienza dell'abisso di sentirsi improvvisamente, per un attimo, SOLI, freddi, cechi, e dolorosamente patetici.
Forse per ora finisce qui questo patetico tentativo di dare spiegazioni, sperando che la diretta interessata mi conceda un altro tete-à-tete, e capisca che la pazienza e soprattutto la comprensione sono virtù e qualità vitali a un rapporto.
Ti amo
Amo, quindi, una persona, e lo posso dire con fierezza, e non importa se quello che ho fatto cambierà qualcosa, perchè è un'acquisizione troppo grande l'aver imparato ad amare per considerare una perdita...
Il pianto fa bene, le lacrime non sono mai amare; le lacrime sono come il vento che accarezza la sabbia, la coccola, la culla, la trasporta per mete più lontane, più belle o comunque nuove, diverse. In conclusione, le lacrime, anche quelle ci insegano chi siamo.
Amare una persona significa accettare i propri limiti, l'essere anche fuori luogo ogni tanto, mettersi da parte, farsi piccoli, ascoltare, con il mondo e commuoversi, compatirsi, vergognarsi, SBAGLIARE, odiare, recitare una parte, cambiare, restare, fermarsi, partire, tornare, tentare, piangere, gelosia, fiducia, sospetto, baci, carezze, screzi, pace, equilibrio, spavento, tormenti e forse anche un pizzico di ironia...e poi ancora qulunque cosa perchè è l'esperienza più grande di tutte.
Ho pensato tanto e ho scritto tutto questa notte perchè la testa scoppiava, mi premeva così tanto la necessità di farmi sapere che forse avevo capito veramente che non bastava riconoscermelo, ma sigillarlo come un atto di assoluta ufficialità, una sanzione, come quel momento in cui dalla vaghezza dell'adolescenza si passa alla coscienza dell'adulto...un momento di portata storica.
Apparire ridicoli, esagerati, stupidi, folli fa parte di questo gioco, non ci si può lamentare, non ci possiamo biasimare.
La cosa più meravigliosa di quello che mi è successo è stata la sensazione di aver cercato in tutti modi che questo accadesse, come una spinta naturale all'evoluzione, al perfezionamento che è anche portare a compimento, concludere. In qualche modo avevo bisogno di una crisi, un'apocalisse(ovviamente non nel senso figurato), uno svelamento tramite l'esperienza dell'abisso di sentirsi improvvisamente, per un attimo, SOLI, freddi, cechi, e dolorosamente patetici.
Forse per ora finisce qui questo patetico tentativo di dare spiegazioni, sperando che la diretta interessata mi conceda un altro tete-à-tete, e capisca che la pazienza e soprattutto la comprensione sono virtù e qualità vitali a un rapporto.
Ti amo
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