
I numeri significano sempre qualcosa. A volte quantificano, altre volte qualificano, ma il loro significato non può che misurarsi con la categoria della temporalità, che presuppone lo spazio. La spazialità del tempo, la temporalità dello spazio.
Il tempo scorre, cadenzato nel ritmo dell'uomo che è la destinazione, la prospettiva. E l'uomo quantifica, conta, nell'illusione di creare temporalità, mai tempo, che per natura non gli appartiene.
Ma proprio per questa sua parzialità l'uomo, io, mette il senso del tempo nei suoi numeri, nelle sua quantità, nei suoi intervalli, per sperimentare, anche solo per quell'attimo di spazioetempo che è il numero, il senso del cambiamento, dello scorrere, del divenire, nella sintesi ultima, dell'esistenza.
Un solo numero, l'essenzialità algebrica del tempospazio-spaziotempo, riassume in me una temporalità, che si dilata nelle esperienze che trovano scopo proprio nella prospettiva definita dal numero: 4.
L'uomo ha un debito verso il tempo, quello del ricordo e della memoria. Senza il tempo non potremmo iscrivere gli accidenti in una prospettiva storica, che è la temporalità. E senza di essa non varrebbe la pena vivere, perchè non sapremmo dove dare senso alle nostre esperienze.
Ma voglio interrogarmi su la spazializzazione del mio tempo, che è denso di vita, trasuda molte delle esperienze più belle che si possano fare, pulsa di sentimenti grandi, è quasi febbrile, freme come se lo spazio non bastasse al tempo, così carico di essere.
Il mio tempo accelera, percorro lo spazio, ne attraverso le deformazioni per quanto vado veloce, ora. Prima ero troppo lento, prima misuravo lo spazio, ora lo creo.
Sento tanta energia in me, e ora che si avvicina IL NUMERO, la sento martellare il petto...
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